Serie A 25/26: il pagellone!

Emanuele Saponara
Sport
01/06/2026

Con la stagione 2025/2026 ormai archiviata è tempo di valutazioni.

Per tante squadre sarà fondamentale capire cosa si è sbagliato e cosa si è fatto bene per ripartire quando la stagione riprenderà ad Agosto.


Classifica Serie A 25/26


Di seguito rinfreschiamoci la memoria per capire cosa hanno combinato tutte le squadre del campionato appena concluso:


  1. Inter - 87 punti [Campione d'Italia e Qualificata in Champions League]
  2. Napoli - 76 punti [Qualificata in Champions League]
  3. Roma - 73 punti [Qualificata in Champions League]
  4. Como - 71 punti [Qualificata in Champions League]
  5. Milan - 70 punti [Qualificata in Europa League]
  6. Juventus - 69 punti [Qualificata in Europa League]
  7. Atalanta - 59 punti [Qualificata in Conference League]
  8. Bologna - 56 punti
  9. Lazio - 54 punti
  10. Udinese - 50 punti
  11. Sassuolo - 49 punti
  12. Torino - 45 punti
  13. Parma - 45 punti
  14. Cagliari - 43 punti
  15. Fiorentina - 42 punti
  16. Genoa - 41 punti
  17. Lecce - 38 punti
  18. Cremonese - 34 punti [Retrocessa in Serie B]
  19. Hellas Verona - 21 punti [Retrocessa in Serie B]
  20. Pisa - 18 punti [Retrocessa in Serie B]



Inter: 9,5

L'Inter si è ripresa lo scudetto dopo la sventurata conclusione della passata stagione e si è dimostrata la squadra più forte del nostro calcio.

L'ha fatto però senza i totalissimi favori del pronostico e affidando l guida tecnica al praticamente esordiente Christian Chivu.

La grande carriera da calciatore e l'esperienza sulle giovanili dei Nerazzurri hanno fatto la differenza dimostrando ancora una volta che Marotta ed Ausilio ci hanno visto bene. Il tecnico rumeno ha ripreso un gruppo smarrito e stanco in mano, compattandolo e creando una corazzata quasi indistruttibile. Ha toccato poco dal punto di vista tattico, raccogliendo i frutti dell'ottimo quadriennio Inzaghiano migliorando e coinvolgendo di più le seconde linee (Pio Esposito, Bonny e Zielinski su tutti) e rendendo ancora più protagonisti i 3 calciatori più forti che l'Inter ha in rosa: Lautaro, Calhanoglu e Dimarco. I primi erano arrivati ai ferri corti durante l'avventura del mondiale per club di estate scorsa quando il turco sembrava pronto a partire e il capitano argentino ha criticato "alcuni" comportamenti dei suoi compagni. I panni sporchi sono stati ben lavati e profumati in famiglia e la "lavatrice" di Chivu ha sicuramente avuto un impatto importante in questo dove a giocare un ruolo importante ci hanno pensato anche due figure di campo e di spessore come Zanetti e Kolarov che con rouli diversi, sono sempre stati molto vicini e leader nel gruppo.

Dimarco invece ha giocato una stagione semplicemente perfetta condita da 18 assist (record in Serie A) e il titolo di MVP del campionato (primo esterno e primo italiano a vincere il titolo da quando è stato istituito). Il mancino dell'Inter non ha perso occasione anche di levarsi qualche sassolino dalla scarpa lanciando più di qualche frecciatina ad Inzaghi che gli concedeva un minutaggio sempre molto limitato. A turno tutti sono stati protagonisti: i già citati Pio e Bonny ma anche Sucic (tutti e 3 integrati in rosa in estate), così come Akanji, Carlos Augusto, Bastoni, Dumfries, Diouf, Barella e l'eterno Mkhitaryan (che intanto ha annunciato il rinnovo). La nota dolente del mercato è sicuramente stato Luis Henrique arrivato con tante aspettative ma mai veramente decisivo.

La conquista della Coppa Italia ha reso storica la stagione dell'Inter che ha avuto da recriminare solo su 2 aspetti: gli scontri diretti (pochi i punti raccolti contro Napoli, Milan e Juventus) e l'uscita precoce dalla Champions per mano del Bodo. Poco importa se si conquistano Coppa e Scudetto ma la voglia di migliorarsi in estate sicuramente non manca alla società Nerazzurra.


Napoli: 6,5

Presentarsi ai nastri di partenza con lo scudetto cucito sul petto imponeva ben altre aspettative, e invece l'annata del Napoli si chiude con il sapore amaro di una transizione tormentata. Sebbene la Supercoppa e il secondo posto finale che garantisce il ritorno nell'Europa che conta, il bilancio complessivo non può andare oltre una sufficienza condita da molti rimpianti. La conferma di Antonio Conte doveva essere la polizza assicurativa per mantenere i Partenopei sul tetto d'Italia dopo il trionfo della passata stagione, ma la realtà si è rivelata ben più complessa e spigolosa del previsto.

Il peccato originale della stagione risiede probabilmente in un rapporto mai sbocciato, quello tra il tecnico leccese e Kevin De Bruyne. L'arrivo del fuoriclasse belga aveva esaltato la piazza, ma la sua immensa qualità calcistica si è presto scontrata con la rigidità tattica e i dettami pretesi dall'allenatore. De Bruyne è apparso spesso un corpo estraneo al sistema di gioco, innescando un'incompatibilità calcistica e gestionale che ha tolto serenità a tutto lo spogliatoio. A complicare i piani ci ha pensato una campagna acquisti estiva che, ha evidenziato falle pesantissime: Noa Lang e Lorenzo Lucca, arrivati con grandi aspettative per completare il reparto offensivo, si sono rivelati errori di valutazione clamorosi, finendo ai margini delle rotazioni e non offrendo mai un contributo degno di nota.

Il quadro è stato ulteriormente aggravato da una sfortuna cronica: una quantità impressionante di infortuni ha decimato la rosa durante tutto l'anno, impedendo a Conte di schierare una formazione tipo e logorando le seconde linee. Ma il vero e proprio fallimento stagionale è andato in scena oltre i confini nazionali. Il percorso europeo del Napoli è stato un autentico dramma sportivo, culminato con un umiliante trentesimo posto nel tabellone della fase a ginepraio della Champions League. Chiudere così indietro nella competizione regina, senza riuscire nemmeno ad agganciare i playoff, ha rappresentato una macchia indelebile per il prestigio del club. Con l'addio di Conte già ufficialmente annunciato per la prossima stagione, all'ombra del Vesuvio si respira aria di cambiamento con Allegri in pole per la panchina, con la certezza che questa rosa, per potenziale e blasone, avrebbe dovuto e potuto raccogliere molto di più.



Roma: 8,5

Un urlo di liberazione lungo sette anni. La Roma si riprende finalmente un posto nell'élite della Champions League al termine di un'annata tanto turbolenta nelle sue dinamiche interne quanto esaltante nei verdetti del campo, chiusa meritatamente sul terzo gradino del podio.

Il capolavoro porta la firma di Gian Piero Gasperini, capace di conquistare una piazza inizialmente diffidente e di uscire "vincitore" assoluto da una convivenza tecnica e gestionale che era diventata impossibile. Il dualismo e le vedute divergenti con Claudio Ranieri avevano infatti creato una spaccatura a Trigoria, risolta a stagione in corso dalla presidenza Friedkin con una scelta drastica e dolorosa: sollevare dall'incarico l'eroe di Testaccio per consegnare le chiavi totali del progetto al tecnico di Grugliasco. Da quel momento in poi, Gasperini si è preso la piazza a suon di prestazioni, sgrezzando il talento a disposizione e trasformando i giallorossi in una macchina da gol e pressing feroce.

Se la prima parte di stagione era stata zavorrata dalle pesanti difficoltà nel reparto offensivo — dettate dalle evidenti mancanze e dai passaggi a vuoto di Artem Dovbyk e Lewis Ferguson —, la svolta totale è arrivata dal mercato di riparazione. L'innesto a gennaio di Donyell Malen si è rivelato semplicemente devastante. L'attaccante olandese ha avuto un impatto immediato e totale sul campionato italiano, portando quella verticalità, velocità e cattiveria sotto porta che erano mancate fino a quel momento e diventando il terminale perfetto per i dettami di Gasperini.

A cementare l'entusiasmo della tifoseria e a dare la spinta psicologica decisiva sono state le vittorie nei derby di campionato contro la Lazio, fondamentali per l'autostima e per il dominio cittadino. Il finale di stagione, poi, è stato un autentico capolavoro di gestione atletica e mentale: un filotto impressionante di vittorie consecutive nella parte conclusiva del torneo ha permesso alla Roma di schiantare la concorrenza, blindare il piazzamento europeo e festeggiare un ritorno in Champions League atteso per ben sette anni.



Como: 9

La vera, grandiosa e incontestabile favola del calcio italiano. Definire "sorpresa" il quarto posto del Como sarebbe riduttivo e quasi ingeneroso nei confronti di una programmazione societaria e tecnica che ha rasentato la perfezione. Centrare una storica qualificazione in Champions League mettendosi alle spalle corazzate del calibro di Milan e Juventus è un capolavoro che rimarrà impresso indelebilmente negli annali della Serie A.

Il merito principale va diviso equamente tra la solidità della proprietà, capace di investire con intelligenza e lungimiranza senza cedere a isterismi, e la guida illuminata di Cesc Fàbregas. Il tecnico spagnolo ha portato in riva al lago una filosofia di gioco europea, coraggiosa e sfrontata, rifiutando categoricamente l'atteggiamento della provinciale arroccata in difesa per strappare un punto. Il Como ha giocato a viso aperto su ogni campo d'Italia, imponendo il proprio ritmo, un possesso palla fluido e un'aggressione feroce che ha mandato in crisi le rotazioni e le certezze di tutte le big del campionato.

In campo, la squadra ha trovato i suoi leader assoluti in un mix perfetto di freschezza ed esperienza. Da Cunga, Douvikas, Rodriguez, Perrone, Ramon e Vojvoda sono state pedine fondamentali. Accanto a loro, ovviamente, la luce è stata costantemente accesa dal talento cristallino di Nico Paz, autentico dominatore sulla trequarti e uomo assist capace di giocate di livello superiore, che ha letteralmente fatto impazzire le difese avversarie. L'equilibrio garantito a centrocampo e la solidità del reparto arretrato (2° miglior attacco dietro l'inter e miglior difesa) hanno fatto il resto, cementando un gruppo che ha mostrato una coesione straordinaria nei momenti chiave del campionato.

Il voto è un 9 pieno perché nessuno, ai nastri di partenza, avrebbe potuto ipotizzare una scalata di questa portata. Il Como non ha solo strappato il pass per l'Europa che conta, ma lo ha fatto divertendo e tracciando una nuova via per il nostro calcio, fatta di idee, coraggio e competenza tecnica. La prossima stagione le grandi del continente dovranno passare dal Sinigaglia, e la sensazione è che questo progetto abbia appena iniziato a stupire.


Milan: 4

Una clamorosa e inesorabile caduta libera. Il quinto posto finale e la conseguente esclusione dalla Champions League certificano il fallimento totale della stagione del Milan, un disastro consumatosi principalmente in un girone di ritorno horror, in cui i rossoneri sono stati addirittura la nona squadra del campionato per punti raccolti. L'epilogo, con la dolorosa sconfitta interna contro il Cagliari all'ultima giornata che ha spento definitivamente le speranze europee, è la fotografia perfetta di un'annata da codice rosso.

Il banco degli imputati vede come principale responsabile il fallimento tattico di Max Allegri. La squadra ha espresso un livello accettabile e raccolto risultati finché le fiammate dei singoli hanno mascherato le vistose crepe strutturali. Nello specifico, il Milan è rimasto a galla finché la vecchia guardia composta da Pulisic e Leao, supportata da Modric e Rabiot – gli unici due acquisti azzeccati di una campagna estiva altrimenti fallimentare –, è riuscita a tenere alto il livello prestazionale. Nel momento in cui i quattro pilastri hanno comprensibilmente rifiatato, sono emersi i limiti spaventosi di una squadra che, durante tutto l'anno, non ha mai costruito un'identità di gioco definita. In contesti simili, l'eterna differenziazione giornalistica tra giochisti e risultatisti si rivela un esercizio inutile e fuorviante: la realtà del campo dice che nel momento in cui si gioca male e si perde pure, qualsiasi narrazione o filosofia perde di senso.

I rossoneri chiudono l'anno senza aver costruito alcuna base solida in vista della prossima stagione. A pagarne le immediate conseguenze sono stati lo stesso Max Allegri e il direttore sportivo Igli Tare, entrambi sollevati dall'incarico a fine campionato. In un panorama così desolante, l'unica e magra consolazione per la tifoseria resta l'aver vinto entrambi i derby stagionali di campionato; un dettaglio statistico che strappa un sorriso ma che, di fronte alla realtà dei fatti, rende il confronto complessivo con i cugini nerazzurri ancora più impietoso.




Juventus: 4,5

Un fallimento strutturale, figlio dell'anarchia tecnica e di una totale assenza di leadership. Il sesto posto finale e il conseguente declassamento in Europa League certificano uno dei punti più bassi del recente ciclo bianconero, consumando un'annata nata sotto ben altre aspettative e naufragata in un caos gestionale ingiustificabile per un club di questo blasone.

Il peccato originale risiede nell'estrema instabilità della guida tecnica. L'esonero precoce di Igor Tudor dopo appena otto giornate e il brevissimo interregno di Massimo Brambilla hanno subito evidenziato le crepe di una programmazione societaria fragile, togliendo certezze repentine al gruppo. Nemmeno l'ingaggio di un profilo d'esperienza come Luciano Spalletti, subentrato dalla decima giornata per tentare di normalizzare l'ambiente, è riuscito a invertire la rotta in modo definitivo. La Juventus ha espresso per larghi tratti un calcio sterile, prevedibile e privo di una reale identità collettiva, incapace di imporre il proprio ritmo e di produrre gioco. La squadra è rimasta a galla quasi unicamente grazie alle fiammate del talento purissimo di Kenan Yıldız — capocannoniere stagionale della rosa con un bottino comunque indicativo di sole 11 reti complessive — e alla continuità difensiva di Pierre Kalulu. Al contrario, investimenti estivi pesantissimi come David, Openda e Zhegrova hanno offerto un rendimento a forte intermittenza, palesando enormi difficoltà di inserimento e sparendo dal radar nei momenti di massima pressione.

Il disastro si è esteso implacabile anche oltre i confini nazionali, con una precoce e dolorosa eliminazione dalla Champions League già nella fase degli spareggi, una macchia pesante che ha condizionato la tenuta mentale dell'intero spogliatoio. L'epilogo più spietato si è consumato all'ultimo secondo di campionato: il deludente pareggio nel Derby della Mole contro il Torino (anche una vittori sarebbe stata inutile vista la sconfitta in casa con la Fiorentina il turno precedente) ha spento definitivamente le speranze di agganciare il treno per l'Europa che conta. Le amare dichiarazioni dello stesso Spalletti a fine stagione, incentrate sulla drammatica mancanza di carattere e personalità di molti elementi in rosa, sono la perfetta istantanea di un gruppo svuotato che costringe l'ambiente all'ennesimo, forzato anno zero. Mezzo voto in più del Milan perchè Spalletti qualcosina di buono ha già fatto vedere e un po' di speranze in vista dell'anno prossimo ci sono.




Atalanta: 5,5

Raccogliere la pesante eredità di Gian Piero Gasperini dopo nove anni meravigliosi e ricchi di trionfi era un'impresa ai limiti dell'impossibile, ma l'Atalanta si è complicata la vita da sola. La scelta iniziale di affidare la panchina a Ivan Juric si è rivelata calcisticamente folle, spezzando l'armonia tattica dello spogliatoio e portando a un preoccupante avvitamento di risultati.

Il successivo subentro di Raffaele Palladino ha parzialmente raddrizzato la rotta: il nuovo tecnico ha rigenerato il gruppo e tentato una super rimonta a suon di buone prestazioni, ma il terreno perso durante la prima parte dell'anno era semplicemente troppo per sperare nell'aggancio ai treni europei. Quella dei bergamaschi si chiude così come una classica stagione interlocutoria, un limbo agonistico che serve però da fondamentale transizione verso il futuro. L'anno prossimo, infatti, sulla panchina della Dea siederà Maurizio Sarri: un ribaltone già annunciato che promette di stravolgere totalmente l'approccio tattico e filosofico della squadra per inaugurare un nuovo ciclo.




Bologna: 6-

Un'annata a due facce, che si chiude con il rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. L'ottavo posto finale garantisce una stabilità ormai consolidata a ridosso delle zone nobili della classifica, ma fotografa anche una squadra a cui è mancato il guizzo decisivo per compiere il definitivo salto di qualità.

I rossoblù hanno mostrato una preoccupante discontinuità nell'arco dei mesi, alternando prestazioni di grande spessore collettivo a clamorosi passaggi a vuoto, specialmente contro le formazioni di medio-bassa classifica. Il limite più grande della stagione è risieduto nella scarsa vena realizzativa e in una manovra offensiva che, con il passare delle giornate, è diventata via via più prevedibile e priva di quella brillantezza che aveva entusiasmato la piazza in passato. Resta la certezza di una struttura societaria solida e di una rosa con ottimi elementi, ma questo campionato di galleggiamento lascia la netta sensazione di un potenziale rimasto inespresso. Italiano lascia il progetto felsineo dopo la Coppa Italia dell'anno scorso e gli storici quarti di finale di Europa League di quest'anno.




Lazio: 5

Se la squadra sul campo strappa un’insufficienza tutto sommato arginabile, alla società andrebbe assegnato uno zero netto per la gestione di un'annata dominata dal caos totale. Tra un mercato estivo completamente bloccato e una pesantissima contestazione della tifoseria — che ha portato a uno Stadio Olimpico desolatamente vuoto per larghi tratti —, l’ambiente biancoceleste ha vissuto una delle stagioni più tormentate e tossiche degli ultimi tempi.

In questo scenario di totale sbando dirigenziale, l'unica vera certezza è stata la figura di Maurizio Sarri. Il tecnico è rimasto saldo al comando per tutto l'anno, dimostrandosi l'unico vero collante dello spogliatoio e riuscendo a tenere unito il gruppo anche nei momenti di massima difficoltà. Il vero capolavoro stagionale è stato la splendida cavalcata fino alla finale di Coppa Italia; un traguardo prestigioso ma che, nell'atto conclusivo perso contro la corazzata Inter, ha finito per evidenziare tutti i limiti strutturali e numerici di una squadra lasciata un po' troppo a se stessa dal punto di vista societario.

Le prospettive per il futuro, purtroppo, non sembrano promettere inversioni di rotta: l'arrivo già annunciato di Gennaro Gattuso sulla panchina per la prossima stagione rischia di non sbloccare una situazione ambientale ormai compromessa, con il concreto timore che il trend possa addirittura peggiorare.




Udinese: 6,5

Una certezza granitica nel limbo della Serie A. L’Udinese chiude l'ennesimo campionato navigando in acque tranquille attorno al decimo posto, ma con la netta sensazione di aver gettato basi importanti per un futuro più ambizioso.

A fare la differenza in questa stagione è stato lo straordinario rendimento di alcune individualità che hanno letteralmente trascinato la squadra: la freschezza di Atta, la fisicità di Davis, la qualità ritrovata di Zaniolo e la solidità difensiva di Soulet hanno rappresentato la spina dorsale della formazione friulana. Con l'apertura del calciomercato estivo si apre il solito grande punto di domanda attorno alla rosa, poiché bisognerà capire quanti di questi gioielli la società riuscirà a trattenere a Udine di fronte alle inevitabili offerte delle big.

La vera e più importante garanzia per l'ambiente, però, resta la conferma in panchina di Kosta Runjaic. Il tecnico tedesco sta dimostrando, stagione dopo stagione, di saper alzare costantemente il bottino di punti e l'asticella delle ambizioni, dando continuità a un progetto tecnico che ora ha tutto per provare a rompere definitivamente il muro della metà classifica.




Sassuolo: 7

Un ritorno in Serie A da assoluti protagonisti. Dopo la promozione, i neroverdi conquistano una salvezza strameritata e larghissima, agganciando l'undicesimo posto con ben 49 punti senza mai rischiare il baratro. Il merito principale va alla gestione tecnica di Fabio Grosso, capace di riproporre immediatamente un calcio propositivo ed espansivo basato sul suo 4-3-3. In campo, la spina dorsale ha funzionato alla perfezione: Domenico Berardi si è confermato il leader carismatico del club, ottimamente supportato dai gol di Andrea Pinamonti (9 reti stagionali), dalle fiammate di Armand Laurienté e dalle parate di Stefano Turati. La perla dell'anno resta il secco 2-0 rifilato al Milan nella parte finale del torneo, certificazione della totale maturità di un gruppo che ha gettato basi solidissime per il futuro.



Torino: 5,5

L'ennesima stagione trascorsa pigramente nel limbo della metà classifica. Il dodicesimo posto finale fotografa perfettamente un'annata priva di veri brividi, sia in positivo che in negativo, in cui al Torino è mancato il coraggio e la continuità per provare a fare il tanto atteso salto di qualità verso le zone europee. La squadra ha mostrato a tratti la solita solidità difensiva, ma ha pagato a carissimo prezzo una cronica sterilità offensiva e troppi passaggi a vuoto nei momenti in cui bisognava accelerare. L'unica vera, grande gioia per il popolo granata è arrivata proprio all'ultimo secondo di campionato, con il pareggio nel Derby della Mole. Troppo poco, però, per regalare la sufficienza piena a un campionato vissuto senza una reale sferzata d'ambizione.




Parma: 7,5

Un campionato affrontato con una maturità e un pragmatismo da veterani della categoria. Il tredicesimo posto finale corona una stagione d'alto livello, in cui i ducali hanno centrato l'obiettivo salvezza con largo anticipo e senza mai farsi risucchiare nelle sabbie mobili della zona retrocessione.

Il grande merito di questa splendida cavalcata va al percorso iniziato e condotto con intelligenza da Cuesta in panchina. Il tecnico ha saputo plasmare una squadra solida, cortissima e terribilmente cinica, capace di badare al sodo e di ottimizzare al massimo ogni singola situazione di gioco. Il dato che fotografa meglio l'architettura tattica del Parma è l'incredibile rapporto di efficienza: a fronte di pochi gol fatti nell'arco delle trentotto giornate, la squadra è riuscita a capitalizzare al massimo la propria tenuta difensiva, raccogliendo un quantitativo impressionante di punti.

Ogni singola rete dei crociati ha pesato come un macigno nell'economia del torneo, trasformando le sfide contro le dirette concorrenti in autentiche lezioni di gestione del risultato. Un voto alto e strameritato per una piazza che ha dimostrato un'organizzazione impeccabile, garantendosi la permanenza in Serie A senza un briciolo di affanno.




Cagliari: 6,5

Obiettivo centrato con grinta, cuore e un'importante svolta tecnica nel momento decisivo. Il quattordicesimo posto in classifica sancisce il raggiungimento del grande traguardo stagionale: una permanenza in Serie A difesa con le unghie e con i denti.

La vera svolta della stagione porta la firma di Fabio Pisacane, promosso dalla Primavera alla guida della prima squadra. Il tecnico ha svolto un lavoro eccezionale, rigenerando il gruppo sotto il profilo mentale e tattico e trasmettendo ai calciatori un senso di appartenenza fondamentale. Sotto la sua gestione, i sardi hanno ritrovato compattezza e coraggio, elementi che hanno portato al capolavoro assoluto dell'anno all'ultimissima giornata: la clamorosa




Fiorentina: 4,5

Un'annata disastrosa, ben al di sotto delle aspettative minime e chiusa con un deludente quindicesimo posto. A pesare come un macigno è stata l'estrema instabilità in panchina: il grande ritorno di Stefano Pioli è naufragato dopo appena dieci giornate, e né il breve interim di Galloppa né il subentro di Paolo Vanoli sono riusciti a dare un'identità a un gruppo fragile e svuotato.

Ad aggravare il quadro ha contribuito il durissimo colpo societario di gennaio con la dolorosa scomparsa del presidente Rocco Commisso, nel delicato passaggio di consegne al figlio Giuseppe. In campo si salvano pochissime note liete, come la crescita del giovane Comuzzo, ma il fallimento collettivo è stato totale e certificato anche dalle precoci eliminazioni nelle coppe: fuori agli ottavi di Coppa Italia contro il Como e ai quarti di Conference League per mano del Crystal Palace. Un anno zero da dimenticare in fretta.e storica vittoria a San Siro contro il Milan che ha blindato la categoria.

Il grande operato di Pisacane non ha solo salvato il presente, ma ha formalmente dato il via a un percorso tecnico ed identitario in vista delle prossime stagioni, regalando alla società una base solida e fresca da cui ripartire.




Genoa: 6+

Una salvezza sudata, tormentata, ma alla fine meritatissima. Il sedicesimo posto finale rispecchia perfettamente un'annata vissuta sulle montagne russe, segnata da una forte instabilità iniziale e dal complicato valzer in panchina che ha visto l'esonero di Patrick Vieira e il successivo sbarco di Daniele De Rossi.

Proprio il tecnico romano si è rivelato l'architetto della svolta emotiva e tattica di un gruppo smarrito, compattando lo spogliatoio e ridando la giusta quadratura difensiva nei momenti più delicati del torneo. Nonostante le evidenti difficoltà nel chiudere i match e qualche passaggio a vuoto di troppo, la solidità garantita dalle parate di Bijlow, la sostanza di Frendrup a centrocampo e i gol pesanti di Lorenzo Colombo hanno permesso al Grifone di navigare fuori dalle sabbie mobili della retrocessione con relativa serenità nel finale. Con la conferma di De Rossi già blindata per la prossima stagione, l'ambiente rossoblù ha l'opportunità di ripartire da una base solida, a patto di trovare maggiore continuità offensiva sul mercato.




Lecce: 6,5

Un traguardo leggendario per la storia del club. Il diciassettesimo posto finale vale oro colato perché sancisce la quarta storica salvezza consecutiva in Serie A, un record assoluto per la compagine salentina che mai era riuscita a rimanere agganciata così a lungo al massimo campionato.

L'architetto di questa impresa è Eusebio Di Francesco, che ce l'ha finalmente fatta a coronare una rincorsa logorante ma bellissima, guidando il gruppo con coraggio e idee chiare. Nonostante le grandissime sofferenze e una lotta retrocessione serratissima fino agli ultimi metri, la squadra ha saputo mantenere i nervi saldi nei momenti cruciali della stagione, aggrappandosi al fortino del Via del Mare. Una scommessa vinta su tutta la linea dal tecnico e dalla dirigenza, che permette al Lecce di godersi un'altra meritata annata nell'élite del calcio italiano.




Cremonese: 5

Una retrocessione dolorosa che lascia un profondo senso di incompiutezza. Il diciottesimo posto finale condanna i grigiorossi al ritorno in Serie B, al termine di un'annata vissuta costantemente col fiato corto e passata a rincorrere una salvezza rimasta sempre a un passo, senza però essere mai agganciata.

La squadra ha dimostrato a tratti orgoglio e compattezza, vendendo cara la pelle anche contro avversari sulla carta superiori, ma ha pagato a prezzo carissimo una cronica mancanza di cinismo nei momenti chiave del torneo. I troppi punti persi nei minuti di recupero e l'incapacità di sbloccare i veri scontri diretti hanno progressivamente logorato la tenuta mentale del gruppo. Non è bastato il cuore a colmare il gap strutturale con la massima categoria: il ritorno in cadetteria costringe la società a resettare tutto, con il forte rimpianto di non aver sfruttato le poche occasioni concesse dalle dirette concorrenti.




Hellas Verona: 4

Un disastro sportivo annunciato e consumatosi senza mai dare la reale impressione di poter invertire la rotta. Il diciannovesimo posto finale e la conseguente e inevitabile retrocessione in Serie B certificano il fallimento totale dell'annata degli scaligeri, rimasti intrappolati in un tunnel di sconfitte e confusione da cui è stato impossibile uscire.

La squadra è apparsa fragile in ogni reparto, palesando limiti strutturali evidenti e un'incapacità cronica di fare punti negli scontri diretti. Le scommesse di mercato non hanno pagato e i continui cambi di rotta non hanno fatto altro che togliere le pochissime certezze rimaste a un gruppo apparso progressivamente svuotato e privo di mordente. Una caduta dolorosa che costringe l'ambiente a un profondo reset societario e tecnico per tentare di ricostruire dalle macerie in vista della cadetteria.




Pisa: 3

Un ritorno in massima serie trasformatosi in un autentico incubo sportivo. Il ventesimo posto finale e il ruolo di fanalino di coda del campionato certificano il fallimento totale di un'annata mai realmente iniziata, conclusasi con una retrocessione inevitabile e arrivata con larghissimo anticipo.

I nerazzurri sono apparsi per larghi tratti come un corpo estraneo alla categoria, palesando una fragilità strutturale imbarazzante e un'incapacità cronica di reggere l'urto con i ritmi e la qualità della Serie A. I pochissimi punti raccolti e la totale assenza di una reazione d'orgoglio nei momenti cruciali del torneo descrivono un blackout totale che ha coinvolto squadra, guida tecnica e programmazione societaria. Una stagione fallimentare sotto ogni punto di vista, che costringe la piazza a resettare immediatamente tutto per tentare di ricostruire una dignità sportiva in cadetteria.



Emanuele Saponara