Nazionale, ct cercasi: Mancini è l’uomo giusto?

Stasera contro il Lussemburgo. Domenica contro la Grecia. Due amichevoli che, almeno sulla carta, dovrebbero servire a preparare il futuro. Eppure il paradosso è evidente: mentre il resto del mondo si prepara al Mondiale che scatterà l’11 giugno, l’Italia osserva da lontano. Per la terza volta consecutiva.
La Nazionale è affidata temporaneamente a Silvio Baldini, chiamato a traghettare gli azzurri in uno dei momenti più delicati della loro storia recente. Sullo sfondo, però, si gioca una partita ancora più importante: quella per il nuovo commissario tecnico.
Conte o Mancini
I nomi sono noti. Antonio Conte e Roberto Mancini. Due cavalli di ritorno, due allenatori che conoscono l’ambiente, due profili molto diversi ma accomunati da una caratteristica: rappresentano il passato prima ancora che il futuro.
E forse è proprio questo il punto. Perché l’Italia non deve semplicemente scegliere un allenatore. Deve capire quale direzione vuole prendere. Una riflessione che inevitabilmente passa anche dal vertice federale. Il 22 giugno, infatti, si voterà per la presidenza FIGC, con la sfida tra Malagò e Abete destinata a incidere profondamente sulle scelte tecniche e strategiche dei prossimi anni. Prima ancora del commissario tecnico, manca dunque il tassello che dovrà disegnare il progetto.
Il ricordo di Wembley
Nel frattempo, il nome che divide maggiormente l’opinione pubblica è quello di Roberto Mancini. Da una parte c’è il ricordo indelebile dell’Europeo vinto nel 2021, una delle imprese più belle della storia recente del calcio italiano. Una squadra che giocava bene, che divertiva, che sembrava aver restituito entusiasmo a un movimento reduce dalla mancata qualificazione al Mondiale del 2018. Mancini fu l’artefice di quella rinascita e nessuno potrà cancellarlo.
Il discusso addio
Dall’altra parte, però, c’è tutto ciò che è accaduto dopo. La mancata qualificazione al Mondiale in Qatar, il progressivo declino del progetto tecnico e soprattutto quell’addio improvviso nell’estate del 2023, arrivato a poche settimane da impegni fondamentali e seguito dall’approdo sulla panchina dell’Arabia Saudita. Una ferita che per molti tifosi non si è mai realmente rimarginata.
E allora la domanda è inevitabile: si può tornare indietro? Il calcio è pieno di seconde occasioni. Talvolta funzionano, altre volte diventano un tentativo nostalgico di inseguire ciò che non esiste più. Il rischio è quello di aggrapparsi al ricordo di Wembley senza considerare che quel gruppo, quel contesto e forse anche quel momento storico non esistono più.
Il problema non è il nome
Conte rappresenterebbe una scelta diversa: meno romantica, più orientata all’impatto immediato e alla ricostruzione attraverso disciplina e identità. Mancini, invece, porterebbe con sé il fascino di una storia incompiuta, ma anche il peso di una separazione che continua a generare interrogativi.
Forse, però, il problema non è neppure il nome del prossimo commissario tecnico. L’Italia manca il Mondiale da dodici anni. Tre edizioni consecutive saltate non possono essere spiegate soltanto con gli errori di un allenatore. Raccontano una crisi più profonda, che riguarda i vivai, la valorizzazione dei giovani, la programmazione federale e l’intero sistema calcistico nazionale.
Per questo la scelta del nuovo CT sarà importante, ma non sufficiente. Che sia Conte o che sia Mancini, la vera sfida sarà restituire una direzione a una Nazionale che oggi sembra aver smarrito la propria identità. Perché prima di scegliere l’uomo giusto per la panchina, l’Italia deve decidere che cosa vuole diventare.
Lorenzo Villanetti