Bennato: 80 anni senza fili, verso l’isola che non c’è

Federico Tantillo
Spettacolo
23/07/2026

Ci sono dischi che ascolti. E poi ci sono dischi che, senza chiederti il permesso, entrano nella tua vita e ci restano. Ti cambiano il modo di guardare il mondo, di ascoltare le persone, perfino di scegliere da che parte stare. Oggi Edoardo Bennato compie ottant'anni, molti ricorderanno i suoi successi, i concerti, i record, le canzoni diventate patrimonio della musica italiana. Io, invece, penserò a un pomeriggio di novembre del 1977.


Frequentavo da poche settimane il liceo Manara, a Monteverde. Era la mia prima occupazione. Erano giorni confusi e bellissimi, pieni di assemblee, discussioni, entusiasmo, ingenuità. Avevamo tutti la sensazione che il mondo potesse ancora essere cambiato, o almeno discusso. Proprio in quei giorni uscì "Burattino senza fili". Vidi un servizio in televisione dedicato al nuovo album di Bennato. Aspettai il sabato successivo per comprarlo. Ho ancora quel vinile. Ogni tanto lo tiro fuori, più per guardarlo che per ascoltarlo. Le copertine disegnate dallo stesso Bennato, le tavole ispirate a Pinocchio, perfino l'odore del cartone mi riportano immediatamente lì, in quei giorni.


Non era soltanto un disco. Era una chiave.

Riascoltandolo oggi colpisce una cosa: Bennato aveva preso una delle favole più conosciute al mondo e l'aveva trasformata in un racconto sul potere, sul conformismo, sull'educazione, sulla libertà. Il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, il Grillo Parlante, il giudice, il Paese dei Balocchi non erano più personaggi per bambini. Erano metafore. E Pinocchio diventava il simbolo di chi prova a vivere senza lasciarsi tirare i fili.


Forse è per questo che quelle canzoni arrivarono così in profondità a tanti ragazzi della mia generazione. Non ci dicevano cosa pensare. Ci invitavano a farlo. In un'Italia attraversata da scontri ideologici durissimi, Bennato sembrava suggerire che la vera libertà non consistesse nello scegliere una tifoseria, ma nel conservare sempre il diritto al dubbio.


Qualche mese dopo, nel 1978, mia zia Clara mi regalò una chitarra Eko. È ancora con me. L'avevo desiderata soprattutto per una ragione: imparare a suonare le canzoni di Edoardo Bennato e quelle di Pino Daniele. Col tempo quella chitarra è diventata una compagna di viaggio. Ogni tanto basta prenderla in mano, accordarla, sfiorare poche corde, e le dita ritrovano quasi da sole "È stata tua la colpa", "L'isola che non c'è", "Venderò", "Non farti cadere le braccia".

È una sensazione difficile da spiegare. Come se certe canzoni, prima ancora che nella memoria, fossero entrate nel legno dello strumento.


Negli anni ho capito che Bennato non mi aveva lasciato soltanto una colonna sonora. Mi aveva trasmesso un metodo. Diffidare delle semplificazioni. Guardare le cose da un'altra angolazione. Non accettare mai che qualcuno decida al posto tuo chi siano i buoni e chi i cattivi. È un filo che attraversa tutta la sua produzione, da "Non farti cadere le braccia" e "I buoni e i cattivi" a "Burattino senza fili", fino ai lavori più recenti. Sempre con la stessa ironia, la stessa leggerezza solo apparente.


Anche per questo Bennato è sempre stato un artista difficilmente catalogabile. Ha cantato davanti ai pubblici più diversi, è stato applaudito e criticato da destra e da sinistra, ha rifiutato di farsi trasformare nella mascotte di una parte politica o culturale. Molti non gliel'hanno perdonato. Lui, semplicemente, ha continuato a fare Bennato. Ed è forse questa la forma più autentica di libertà.


Quarant'anni dopo quel primo ascolto, il liceo Manara venne occupato di nuovo. Questa volta dentro c'era mio figlio. Andai a trovarli, portai acqua, pizza, cornetti. Cercai solo di aiutarli a non commettere gli errori più banali. Tornando a casa mi sorpresi a riascoltare proprio "Burattino senza fili". Mi resi conto che quelle canzoni non erano invecchiate affatto. Erano cambiate le generazioni, i linguaggi, perfino i modi di fare politica. Ma restava intatta la domanda che Bennato ci pone da quasi cinquant'anni: quanto siamo davvero liberi? Quanti fili invisibili lasciamo che altri muovano al posto nostro?


C'è poi Napoli. Quella vera, lontana dalle cartoline. La città che Bennato ha raccontato come un concentrato delle contraddizioni del mondo. Tradizione e innovazione, rabbia e ironia, teatro e strada, poesia e fatica. È lì che affondano le radici della sua musica: una musica capace di mettere insieme Rossini e il rock'n'roll, il blues e la canzone napoletana, l'armonica dei musicisti di strada e una cultura musicale vastissima. Non è un caso se, quando prende in mano l'armonica, sembra parlare una lingua universale. Poche note bastano a raccontare più di tanti discorsi.


Oggi, mentre festeggia ottant'anni, Edoardo continua a salire sul palco con la stessa energia di sempre. Ma la sua eredità più importante non è un disco, un concerto o un record. È aver ricordato a intere generazioni che la libertà non è uno slogan. È un esercizio quotidiano. Faticoso. Scomodo. E che il dubbio, spesso, vale più di una certezza urlata.


Ogni tanto riprendo in mano quella vecchia Eko del 1978. Il legno è cambiato. Anch'io. Ma appena partono i primi accordi di "È stata tua la colpa" succede sempre la stessa cosa. Tornano il Manara, gli amici di allora, i corridoi dell'occupazione, le discussioni interminabili, i sogni ingenui e bellissimi di quei giorni.

E tornano soprattutto le domande che Edoardo continua a rivolgerci, senza mai imporci una risposta.

Quanto siamo davvero disposti a vivere senza fili? Quanto siamo disposti a cercarla sempre, ogni giorno, quell'isola che non c'è?


Federico Tantillo