Un DDL "nucleare": il governo riparte da qui

Per anni la politica italiana ha cercato il grande tema capace di parlare contemporaneamente ai mercati, alle imprese, ai giovani e ai moderati. Oggi, come spesso accade, l'occasione potrebbe arrivare dal passato e da una tecnologia che ha, già, diviso il Paese.
L'approvazione alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare sostenibile rappresenta, probabilmente, l'ultima grande scommessa trasversale del governo di Giorgia Meloni prima della fase più apertamente elettorale della legislatura. Il testo delega l'esecutivo a costruire entro un anno il nuovo quadro normativo per il ritorno dell'energia nucleare in Italia, con particolare attenzione a Small Modular Reactors (SMR), Advanced Modular Reactors (AMR), gestione dei rifiuti radioattivi, ricerca sulla fusione e produzione di idrogeno.
Il governo dispone, dunque, di un tema capace di rompere le tradizionali appartenenze ideologiche. Il nucleare non parla soltanto all'elettorato conservatore. Parla ai giovani ingegneri, agli studenti di discipline scientifiche, a una parte del mondo ambientalista favorevole alla decarbonizzazione e a quell'area moderata che considera la sicurezza energetica una priorità nazionale. Dopo anni di dibattito dominato da immigrazione, sicurezza e identità, il centro della discussione torna improvvisamente a essere il futuro industriale, e non solo, del Paese.
Questo tentativo di allargamento coincide inoltre con un altro cambiamento significativo. Il linguaggio adottato dal governo sulla crisi tra Iran e Israele. Negli ultimi mesi Roma ha mantenuto la collocazione occidentale e atlantica, ma ha contemporaneamente utilizzato toni più prudenti, arrivando a sottolineare la necessità del rispetto del diritto internazionale e della de-escalation regionale.
Non è un dettaglio. Perché proprio la guerra in Medio Oriente ha mostrato i limiti dell'asse populista internazionale che, negli anni passati, sembrava destinato a cementare il rapporto tra molte destre occidentali.
In questo scenario il nucleare diventa qualcosa di più di una politica energetica. Diventa il tentativo di costruire una nuova narrazione, meno identitaria e più tecnologica, meno orientata ai conflitti culturali e più alla competitività.
Resta da capire se gli italiani accetteranno la sfida. Perché approvare una legge è relativamente semplice, diverso è convincere un Paese che per due volte ha detto no al nucleare. Proprio da quella capacità di persuasione potrebbe dipendere una parte importante del futuro politico del governo e delle nostre bollette.