Dal caso Thiel agli anarchici: chi assedia la stampa

La pressione sul giornalismo non arriva più da un solo fronte. Non è soltanto censura di Stato, né soltanto intimidazione criminale. Oggi il libero pensiero si trova schiacciato tra due spinte opposte ma convergenti, da una parte il potere verticale di governi, Big Tech e oligarchie tecnologiche; dall’altra la violenza diffusa di gruppi radicalizzati, anarchici o terroristici.
Due mondi teoricamente incompatibili che finiscono, però, per produrre lo stesso effetto, quello di restringere progressivamente lo spazio dell’informazione libera. Il caso di Peter Thiel è emblematico. Il fondatore di PayPal e figura centrale della Silicon Valley rappresenta da anni il simbolo di un nuovo rapporto tra tecnologia e controllo culturale.
Da lì in poi, il confine tra piattaforme tecnologiche, intelligence privata e controllo reputazionale è diventato sempre più sottile. Progetti come Objection, sostenuti dall’universo culturale di Thiel, mostrano la nascita di un nuovo modello composto da sistemi algoritmici incaricati di classificare affidabilità, credibilità e “qualità” dell’informazione. Apparentemente strumenti neutri che, in realtà, rappresentano potenziali meccanismi di influenza culturale enormi. Perché chi controlla l’algoritmo che definisce cosa è credibile controlla, indirettamente, il dibattito pubblico.
C'è poi un nemico che il giornalismo conosce meglio. Il direttore di Libero, Mario Sechi, è stato posto sotto tutela a seguito di minacce riconducibili all’area anarco-insurrezionalista. Le intimidazioni sarebbero legate ad alcuni editoriali firmati da Sechi sulla morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici deceduti a Roma il 20 marzo scorso nell’esplosione dell’ordigno che stavano preparando.
La misura di protezione disposta per Mario Sechi si aggiunge a quella già prevista per Tommaso Cerno, direttore de Il Tempo, anch’egli destinatario di una scorta per ragioni riconducibili agli stessi motivi.Un pesante schiacciamento su due fronti, un assedio che subisce la stampa quotidianamente, dunque.
Il giornalista, da troppo tempo ormai, non viene più percepito come osservatore ma come parte integrante della narrazione nemica. Una figura da colpire simbolicamente perché ritenuta complice del potere politico, finanziario o tecnologico. E non si tratta soltanto di estremismo anarchico. In Francia, Germania e Stati Uniti si moltiplicano episodi di aggressioni fisiche a reporter durante proteste radicali, mentre online si consolidano campagne di delegittimazione permanenti contro singoli giornalisti.
Nel frattempo, governi democratici e piattaforme digitali affinano strumenti sempre più sofisticati di controllo informativo. La moderazione algoritmica dei contenuti, la demonetizzazione automatica, la dipendenza economica dai social network e la concentrazione pubblicitaria stanno cambiando strutturalmente il giornalismo contemporaneo.
Tutto viene eroso lentamente attraverso pressione economica, intimidazione sociale, radicalizzazione politica e dipendenza tecnologica. La stampa è diventata il media più fragile economicamente, più esposto digitalmente e più vulnerabile fisicamente rispetto al passato. Il, vero. libero pensiero e non la giustificazione dei nostri rigurgiti acidi, non rischia più di essere spento nel silenzio ma di annegare nel rumore, continuo, della delegittimazione permanente.