Alfredino Rampi, il primo grande caso mediatico italiano

Alessio Briguglio
Cronaca
10/06/2026

Se oggi siamo abituati a vivere le grandi tragedie in tempo reale, seguendole minuto per minuto tra dirette televisive, aggiornamenti continui e dibattiti pubblici, è perché esiste un prima e un dopo Vermicino. La vicenda di Alfredo Rampi, per tutti Alfredino, non fu soltanto una tragedia che sconvolse l’Italia. Fu il primo grande caso mediatico nazionale dell’epoca contemporanea, l’evento che trasformò milioni di spettatori in testimoni diretti di un dramma ancora in corso. Per la prima volta il Paese non lesse una notizia a tragedia conclusa: la vide accadere in diretta.


Sono trascorsi quarantaquattro anni da quel 10 giugno 1981 in cui l’Italia intera rimase con il fiato sospeso. Milioni di persone seguirono con speranza, paura e impotenza la vicenda del bambino di sei anni precipitato in un pozzo artesiano a Vermicino, una località a circa venti chilometri da Roma. Una storia destinata a lasciare un segno profondo non solo nella memoria collettiva, ma anche nel modo in cui il Paese avrebbe affrontato le emergenze e raccontato il dolore.


La sera della tragedia Alfredino stava tornando a casa. Aveva chiesto al padre di poter percorrere da solo l’ultimo tratto di strada e aveva ottenuto il permesso. Quando però non arrivò a destinazione, i familiari fecero immediatamente scattare le ricerche. Fu la nonna paterna a ricordare l’esistenza di un pozzo aperto nelle vicinanze. Quel dettaglio si rivelò decisivo. Quando un agente si affacciò all’imboccatura, sentì provenire dal fondo i deboli lamenti del bambino. Alfredino era ancora vivo, ma bloccato a oltre trenta metri di profondità in un cunicolo strettissimo, largo appena 28 centimetri.


Da quel momento iniziò una corsa contro il tempo che mise in evidenza tutti i limiti organizzativi dell’epoca. I soccorritori si alternavano senza un coordinamento centrale, le strategie cambiavano continuamente e alcuni tentativi finirono addirittura per peggiorare la situazione. L’Italia assisteva impotente a un’emergenza che appariva sempre più difficile da gestire.


Nel frattempo la Rai aveva avviato una diretta televisiva destinata a entrare nella storia. Per circa diciotto ore consecutive oltre ventuno milioni di italiani rimasero davanti agli schermi seguendo ogni sviluppo. Mai prima di allora un evento di cronaca aveva monopolizzato in quel modo l’attenzione nazionale. Ogni tentativo di soccorso, ogni speranza, ogni delusione veniva condivisa simultaneamente da un’intera nazione.


L’epilogo fu quello che nessuno avrebbe voluto vedere. A sintetizzarlo con una frase destinata a diventare celebre fu il giornalista Giancarlo Santalmassi: «Volevamo vedere un fatto di vita, abbiamo visto un fatto di morte».

La tragedia rappresentò una sconfitta umana e istituzionale, ma generò anche conseguenze profonde. Tra coloro che seguirono personalmente le operazioni vi fu il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, profondamente colpito dalla confusione e dall’improvvisazione che caratterizzarono i soccorsi.


Da quella esperienza nacque la consapevolezza della necessità di un sistema organizzato per la gestione delle emergenze. Pochi mesi dopo prese forma il percorso che avrebbe portato allo sviluppo della moderna Protezione Civile, destinata a diventare uno dei punti di forza dello Stato italiano.


Ma Vermicino segnò anche una rivoluzione culturale. In quelle ore nacquero molte delle dinamiche che ancora oggi caratterizzano il rapporto tra media e cronaca. Il dolore privato divenne dolore pubblico. La tragedia familiare si trasformò in esperienza collettiva. Furono piantati i semi di quella che negli anni successivi sarebbe stata definita “tv del dolore”, un fenomeno che ancora divide tra chi lo considera una forma di partecipazione emotiva e chi vi legge i rischi della spettacolarizzazione della sofferenza.


Forse è proprio per questo che Alfredino non è mai stato dimenticato. A Roma un murale lo raffigura accanto a Mazinga Z, il robot che qualcuno gli aveva promesso sarebbe arrivato a salvarlo nelle profondità del pozzo. Una promessa impossibile da mantenere, ma che conserva intatta tutta l’innocenza di un bambino.


A distanza di oltre quattro decenni, Vermicino continua a rappresentare molto più di una tragedia. È il momento in cui la televisione italiana scoprì la forza narrativa della cronaca in diretta e il Paese comprese che un evento locale poteva trasformarsi in un’esperienza nazionale condivisa. Prima di Alfredino esistevano le notizie. Dopo Alfredino nacque il grande caso mediatico italiano.