Da social a megafono: la triste parabola di X

Alessio Briguglio
Accade oggi
15/07/2026

Vent'anni fa nel luglio del 2006 nasceva Twitter, un progetto che avrebbe cambiato profondamente il modo di fare informazione. L'idea originaria era tanto semplice quanto rivoluzionaria: una piattaforma capace di diffondere notizie, testimonianze e opinioni in tempo reale, abbattendo la distanza tra cittadini, giornalisti e istituzioni. Per oltre un decennio Twitter è stato il luogo privilegiato della cronaca in diretta, delle breaking news e del confronto pubblico. Nessun altro social network è riuscito a diventare altrettanto centrale nel lavoro quotidiano delle redazioni.


Vent'anni dopo, però, quello strumento appare profondamente trasformato. La metamorfosi in X, dopo l'acquisizione da parte di Elon Musk, non è stata soltanto un cambio di nome o di logo. Ha coinciso con una diversa concezione della piattaforma: una drastica riduzione dei team dedicati alla moderazione, il ripristino di numerosi account precedentemente sospesi, un peso crescente affidato agli algoritmi e una gestione fortemente personalizzata della comunicazione. X è progressivamente passata dall'essere un'infrastruttura percepita come relativamente neutrale a una piattaforma nella quale il proprietario interviene direttamente nel dibattito pubblico, commentando quotidianamente temi politici, rilanciando contenuti e dialogando con leader e movimenti di diversi Paesi.


L'ultimo episodio è arrivato proprio in questi giorni, quando Musk ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a Marine Le Pen, rilanciando ancora una volta il dibattito sul ruolo delle grandi piattaforme nella competizione democratica. Il punto non è il diritto di un imprenditore ad avere convinzioni politiche, che è fuori discussione. Quando il proprietario della piattaforma utilizza quello stesso spazio, che costituisce una delle principali infrastrutture dell'informazione globale, per sostenere apertamente determinati attori politici, il confine tra mezzo di comunicazione e soggetto politico diventa inevitabilmente più sottile.


Twitter era nato con l'ambizione di distribuire il potere della comunicazione. Oggi X concentra una parte significativa di quel potere nelle mani di chi ne controlla proprietà, algoritmi e visibilità. Non significa che ogni scelta della piattaforma sia orientata politicamente, né che ogni contenuto rifletta la volontà del suo proprietario. Tuttavia, la coincidenza tra controllo economico, capacità tecnica di incidere sulla circolazione delle informazioni e intervento politico diretto rappresenta una novità senza precedenti nella storia dei social network.


Il paradosso è evidente. Il social che più di ogni altro aveva conquistato la fiducia del giornalismo professionale, diventando una fonte quotidiana per cronisti, analisti e istituzioni, è oggi anche quello che più spesso alimenta il dibattito sulla concentrazione del potere comunicativo.


Non è la tecnologia ad essersi corrotta in sé, ma l'idea originaria che la sosteneva. Una piazza digitale in cui il gestore costruiva lo spazio del confronto senza diventarne uno dei protagonisti. Oggi, invece, il proprietario della piazza è anche uno degli oratori più influenti sul palco.